| |
Giovanna Grossato
(Il Giornale di Vicenza) |
Nell'ampia gamma dei paesaggi di Testolin, uno in particolare ne caratterizza la produzione pittorica degli ultimi anni: è la descrizione del traffico cittadino o suburbano che il pittore rappresenta con linguaggio corsivo, compendiario, capace di inseguire veloce le auto nella loro corsa. Vivacissima è la resa dell'animazione dei mezzi che prendono ad essere protagonisti dei quadri assumendo una personalità quasi antropomorfa, che sostituiscono completamente, annullandola, ogni presenza umana.
|
|
| |
Giancarlo Bonomo |
Fra gli infiniti motivi di espressione artistica , la vita quotidiana è una tematica da sempre ricorrente. Nel caso di questo pittore attento ed emotivamente coinvolto, la pittura ferma attimi velocissimi altrimenti perduti, specchi e scene di una realtà sottratta al tempo che ci appartiene e si identifica nei simboli più riconoscibili della nostra civiltà , le automobili. Gli elementi compositivi resi con immediatezza "liquida" ma efficace dal punto di vista scenico richiamano una stesura impressionista sotto il profilo luministico, ove le macchine rubano totalmente quell'attenzione che un tempo era rivolta all'uomo ed alle sue piccole occupazioni.
|
|
| |
Maria Lucia Ferraguti
(da "La Domenica di Vicenza" 6/12/03) |
Uno scenario di brani di città dal carattere preciso: il traffico è un tema congeniale per Mirto Testolin. Si assiste ad un procedere lento, quasi immoto di auto e di autobus sotto livide illuminazioni pubbliche, dove prevalgono fasci o gorghi giallastri di luce artificiale notturna, nella cornice di edifici storici o fra i rettifili delle periferie.
Entra così nei dipinti un panorama all'aria, abbastanza corposo per la materia del colore denso e pastoso.
|
|
| |
Elena Bao |
A volte basta prestar orecchio alle prime note di un brano musicale per riconoscere subito il compositore, guardare le riprese iniziali di un film per indovinarne il regista, o leggere poche righe di un libro per intuirne l’autore. Una melodia, un film o un libro possono avere lo straordinario potere di penetrare le latenti dinamiche di percezione e di farci assimilare, volenti o nolenti, le caratteristiche essenziali, idiotiche dello stile di chi li ha creati. Lo stesso discorso vale con la pittura; lo stesso discorso vale per Mirto Testolin. Per chi almeno una volta abbia avuto occasione di osservare attentamente una sua tela, difficilmente esiterà di fronte ad un suo nuovo lavoro. Il riconoscimento è immediato. La pennellata sciolta e libera balza subito agli occhi e dà l’impressione di essersi affrancata da un soggiacente disegno nei confronti del quale si mostra silenziosamente irrispettosa. Il colore non è schiavo della figurazione, ma con essa lotta nella resa viva e pastosa della tela, che sempre in Mirto, accoglie immagini di automobili. A convogliare le sue energie compositive è infatti la macchina, simbolo supremo e baluardo della contemporaneità, così come le cattedrali gotiche lo furono nel medioevo. La ripetizione del tema, lungi dall’essere monocorde e monotona, genera situazioni sempre nuove, imprevedibili, quasi che le macchine stesse, novelli automi, potessero relazionarsi tra di loro come degli umani. L’inquadratura non è mai banalmente frontale; il pittore, regista dei propri scatti, fa in modo che la ripresa sia a volte di spalle, a volte tagliata, sussurrando così un incombente senso di crash automobilistico. E’ tutto lì, tutto davanti agli occhi eppure sembra che qualcosa ci sfugga, che l’atmosfera sia sospesa, che l’attimo immortalato sia destinato a mutare subito dopo la sua ripresa pittorica, che lavora come una vera e propria riproduzione fotografica, puntuale e mimetica. Una somiglianza questa che viene progressivamente meno a mano a mano che ci si avvicina alla tela, incapace di nascondersi dietro all’immagine che ospita e smaniosa allo stesso tempo di affermare il suo spessore, animato da pastose pennellate, scalpitanti, irregolari a volte, tenute al limite dell’equilibrio con il disegno sottostante. Ci sembra quasi di vedere l’artista all’opera, talmente abile nella riproduzione di un tema che conosce a menadito, da poterlo dipingere ad occhi chiusi, un po’ come Monet, quasi cieco, faceva con le sue ninfee. Elena Bao (aprile ’09)
|
|